Una serata per non dimenticare la troba d’aria del 18 agosto 1977: le testimonianze di chi c’era 40 anni dopo. E’ stato un viaggio attraverso i ricordi quello di venerdì sera scorso alle scuole medie, dove l’Amministrazione ha organizzato un incontro per ricordare a distanza di 40 anni la tromba d’aria che si era abbattuta su Spino d’Adda.

Come ha attraversato il paese

18 agosto 1977: quando si scatenò la tromba d’aria

Le case senza tetto

Molti non l’hanno nemmeno vista perché in ferie, ma chi c’era porterà per sempre nel cuore e nella mente il terribile ricordo, che ancora oggi fa male. La serata è stata suddivisa in testimonianze e proiezione di foto del disastro di allora, ed è stata coadiuvata dallo spinese Fabio Luca, del «Gruppo fotografico», che nelle settimane precedenti ha bussato alla porta di molti spinesi per farsi dare le testimonianze fotografiche di allora.

Il camposanto distrutto

Rovesci e alluvioni e poi si è scatenato l’inferno

«Quell’anno nelle zone circostanti c’erano stati parecchi rovesci e alluvioni – ha sipiegato Luca – che hanno gettato delle buone basi per far sì che la tromba d’aria si scagliasse sul nostro paese e in quelli limitrofi. Era forte, fortissima, più di 150 chilometri orari, ed è partita da Tavazzano per poi attraversare Spino, ed esaurirsi poco dopo il cimitero: un fenomeno che è durato non più di 15 secondi e che ha distrutto metà del paese».

La storia attraverso gli occhi dei testimoni

La storia, è stata raccontata attraverso gli occhi dei testimoni presenti in sala. E’ intervenuto Venanzio Invernizzi, che si trovava sull’Adda a fare il bagno con i suoi amici e che per scampare alla potenza del tornado, si è appiattito insieme agli altri sotto al ponte, formando una catena umana per non farsi trasportare via. Poi è stato il momento di Gabriella Fugazza, che ha raccontato quello che era successo a suo padre Bernardo. «Si trovava nei pressi del cimitero ed è stato sollevato di peso dal vortice, che lo ha sbattuto di qua e di là come se fosse stato una bambola di pezza – ha raccontato – Sbattendo la testa contro il muro del cimitero. E’ stato ripreso dal vortice e continuava a girare, poi è caduto in un fossato. Ha visto un uomo uscire dalla cascina vicino e ha chiesto aiuto. L’uomo è corso in avanti per soccorrerlo e un masso l’ha colpito in faccia. Poi sono arrivati gli altri contadini che l’hanno portato in ospedale ma aveva riportato grossi ferite alla testa, che gli avevano aperto la scatola cranica. In ospedale lo davano per spacciato ma lui è sopravvissuto». Ed è morto di vecchiaia cinque anni fa.

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Le vittime che lavoravano da Giurri

Gianmario Cominesi

Il vortice ha continuato il suo percorso, sradicando alberi, portandosi via auto e animali, fino a quando non è arrivato all’autofficina «Giurri», dove è accaduta la strage.  «Mi sono accorto di quello che stava accadendo troppo tardi – ha raccontato con le lacrime agli occhi Gianmario Cominesi, che all’epoca faceva l’operaio in quell’azienda e ha visto la morte in faccia – I miei colleghi avevano chiuso tutte le porte dell’azienda e mi sono trovato nel cortile da solo con un trasportatore che era a bordo del suo camion. Ho visto il tornado arrivare e mi sono messo a correre, trovando riparo mettendomi in mezzo a una porta di lamiera di un piccolo deposito che avevamo. Sono stato sbalzato via e la betoniera in cortile è finita sopra la mia gamba. Pensavo di essermi rotto qualcosa, avevo male. Poi quando tutto è finito ho chiamato i miei colleghi che mi hanno aiutato e portato all’ospedale. L’uomo che era sul camion invece non ce l’ha fatta, uno delle macerie ha colpito il camion esattamente dove si trovava lui». Si trattava di Giuseppe Ferretti, che è stato trasportato in gravi condizioni all’ospedale dove è morto due giorni dopo.

Lacrime per Boccalari, morto a 16 anni

Anche un altro operaio dell’azienda «Giurri», di soli 16 anni, Antonio Boccalari, è morto schiacciato da una trave. Aveva lasciato la scuola per lavorare e guadagnare soldi per coltivare la sua passione: la caccia. Una scelta sofferta specialmente da parte dei genitori, che ancora oggi si portano dentro un grande senso di colpa.

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