«Da 16 a 12 ore mensili di assistenza, così la Regione si disinteressa di chi è malato di Alzheimer». Sono parole amare quelle di Michele Veneziano, 70enne di origini pugliesi, ma ormai brignanese doc. La sua vita dal 2002, anno in cui la tanto amata moglie Maria Bambina Allevi si ammalò del morbo di Alzheimer, è cambiata completamente. E ora, come se non bastasse, la Regione ha deciso di ridurre le ore mensili di assistenza che fornisce a chi cura in casa un paziente affetto da questa malattia. Il numero di ore è passato dalle – già misere – 16 a 12. Una presa in giro, secondo Veneziano che si sente sempre più solo nella sua lotta.

La dura vita di chi cura un malato di Alzheimer

«Economicamente sto bene – ha spiegato il pensionato – inoltre mia moglie percepisce la pensione di invalidità e l’accompagnamento. Non chiedo nulla e mai ho chiesto nulla. Ho deciso di lasciare fuori il più possibile le mie figlie dalla gestione della mamma, per far sì che non fosse di peso. Purtroppo mia moglie ha una reazione agitata, dovuta alla malattia. Urla e si dimena. Non è facile da gestire, però ora con il medico abbiamo trovato una terapia che la tiene calma».

Lo sconforto della solitudine

Veneziano infatti ha un numero massimo di gocce che può somministrare a Maria Bambina, potendo decidere anche quando è più opportuno darle. «Solitamente cerco pure di evitare quando vedo è tranquilla – ha spiegato – però non è facile. Spesso mi hanno consigliato di portare mia moglie in un centro apposito, ma io non voglio. Non voglio abbandonarla in attesa che muoia. Anche se devo ammettere che è dura occuparsi di un malato del genere da solo. Di giorno viene qua una ragazza delle ore per fare le pulizie e poi sono sempre solo. Capita spesso la sera che lo sconforto mi assalga. Dura cinque minuti – e penso sia pure normale – ma sono cinque minuti terribili. L’unica cosa che mi dà un po’ di sollievo sono le ore di assistenza fornite dalla Regione».

Le ore di assistenza

Infatti Michele ha diritto a delle ore di assistenza, dove uno specialista viene in casa a prestare servizio per un paio di ore, momento in cui Michele può prendersi il «lusso» di avere del tempo per sé, spensierato e sicuro che anche senza di lui sua moglie starà al sicuro. Si tratta di pochi minuti, ma sono preziosissimi per lui, che per un attimo può tornare a respirare. Ma qui sta la beffa, che ha mandato su tutte le furie Michele.

“Chi è meno fortunato di me come farà?”

«Recentemente mi è stato comunicato che le ore di assistenza sono diminuite – ha detto – da 16 a 12. Il motivo è che ora sarà possibile richiedere servizi specifici come l’uscita a domicilio di uno psicologo e geriatra, servizi che però vanno pagati. Quando ho saputo che le ore erano state ridotte, mi sono sentito preso in giro. Non basta lo sconforto e la solitudine, non bastavano le già poche 16 ore mensili di assistenza, ora ce ne concedono solo 12. E pare pure che sia tanto. Mi stupisce perché teoricamente chi fa le regole dovrebbe conoscere la malattia, sembra quasi che tutti se ne disinteressino. E ripeto personalmente questa decisione mi toccherà relativamente. Sto bene economicamente e pagherò per avere una mano, ma chi è meno fortunato di me, come farà?».