La cultura è una sola. Uno slogan decisamente non nuovo, quello che da almeno alcuni decenni ripetono come un mantra scienziati e umanisti di tutto il mondo. Eppure il messaggio non sembra chiaro e ancora oggi, soprattutto in Italia, il finto equivoco per cui «scientifico» e «umanistico» sarebbero due pianeti lontanissimi e isolati, continua a vivere. «Alambicco e calamaio» è un esperimento letterario: un finto ossimoro che prenderà vita a partire da questa sera, venerdì, sul sito internet del Giornale di Treviglio – Romanoweek. A realizzarlo saranno però i ragazzi del liceo «Don Milani» di Romano, che con cadenza mensile racconteranno storie intriganti e affascinanti, di quando scienza e lettere s’intrecciano, disegnando nuove rotte per lo spirito. A curare la rubrica online sarà  un nutrito gruppo di ragazzi di diverse sezioni del «Don Milani», insieme alla professoressa che si occupa del tutoring interno per l’alternanza scuola-lavoro Silvia Stucchi, e al prof. Paolo Figara, filosofo specialista in Storia del pensiero scientifico.

La prima puntata? Eccola. Andiamo a Napoli, per parlare di Plinio il Giovane e di vulcani.

Plinio il Giovane, antesignano della vulcanologia moderna

di Giulia Bianchi, Claudia Cuzzolin, Ioana Stan, Flavia Tura, Sofia Rosa, Micaela Pedroni, Giada Ottolini

Il poeta latino Stazio, originario di Napoli, a fine I secolo d. C., a proposito dell’eruzione del Vesuvio così scrisse: «Quando di nuovo saranno spuntate le messi e il verde ritornerà in questi deserti, chi sa se le generazioni future penseranno che i loro piedi calpestano città e popolazioni e che le campagne degli avi sparirono in un mare di fuoco». Noi sappiamo che oggi non solo abitazioni, ma intere città sorgono nei luoghi teatro dell’eruzione, come può capire chi visita Pompei, Ercolano e Stabia.
È dunque interessante l’analisi di Marcello Gigante, grecista, filologo classico, uno dei più importanti papirologi italiani dal Dopoguerra, compie nel volume Il fungo del Vesuvio (Lucarini editore, Napoli 1989): in esso racconta come un uomo romano abbia potuto darci informazioni corrette riguardanti l’eruzione del 79 d. C.,  informazioni confermate secoli dopo dagli scienziati specializzati in materia. Gigante offre, con testo a fronte, la sua traduzione e commento delle varie sezioni di cui constano le due epistole pliniane dedicate all’eruzione (VI, 16; VI, 20), analizzando la veridicità dei cenni storici, il metodo descrittivo, la relazione fra historia e veritas. Plinio il Giovane, vissuto tra il I e il II secolo d.C., qui ci racconta la morte dello zio, Plinio il Vecchio, avvenuta nei giorni della catastrofe del 24 agosto del 79. Si ritiene comunemente che Greci e Romani avessero scarse conoscenze scientifiche, ma non è affatto così.

Plinio il giovane

L’Ellenismo (fine IV secolo – II secolo a.C.) aveva segnato un momento forte per lo sviluppo degli interessi scientifici: ad Alessandria nacquero Biblioteca e Museo, e più tardi, nel mondo romano, Plinio il Vecchio acquistò fama di naturalista e di scienziato con la sua Storia Naturale, enciclopedia scientifica imprescindibile fino al Cinquecento. Gigante riflette sulla concezione storiografica degli antichi, citando Tucidide: il suo racconto della peste di Atene del 430-29 a.C., considerata da un punto di vista inaspettatamente scientifico, si contrappone invece al “flosculo poetico” di Plinio il Giovane. Il fungo sul Vesuvio ribalta con accuratezza visioni universalmente (ma talvolta erroneamente) condivise, sottoponendo l’opera pliniana a una scrupolosa analisi, vocabolo per vocabolo, considerando le premesse dell’opera, e riconoscendo all’autore indiscutibili abilità letterarie, ma anche limiti narrativi. L’esempio più lampante sta nella sua difficoltà a coniugare l’articolata elaborazione poetica con la verità storica della terribile calamità naturale, diffusamente osservata in ottica apocalittica.

L’eruzione del Vesuvio

Il lettore potrebbe chiedersi se quello pliniano sia un racconto di fantasia o altro: in proposito, possiamo rifarci agli studi del vulcanologo Rittmann e del mineralogista Arcangelo Scacchi, citati da Gigante, che dimostrano come il racconto pliniano sia plausibile, se non certo, e potrebbe benissimo corrispondere a quanto realmente avviene durante e dopo un’eruzione. La sezione in cui vengono sviscerate le questioni sulla veridicità di Plinio è la più densa del volume e rappresenta forse la parte più impegnativa per la lettura, ma è comunque ricca di nozioni e di interessanti considerazioni su quest’autore. La sua narrazione degli accadimenti del 79 è intrisa di similitudini, paragoni, metafore, citazioni letterarie: per esempio, quelle dall’Eneide costituiscono veri e propri topoi letterari; la notte del 25 Agosto è raccontata come riflesso speculare dell’ultima notte di Troia, nel libro II, e viene anche descritta con la medesima terminologia; mentre la preghiera della madre a Plinio perché il figlio si salvi coincide con la scena della doppia premura tra Anchise ed Enea. Non mancano nemmeno espedienti retorici ed antitesi tanto elaborate (anche se a tratti forzate) da anticipare addirittura la sensibilità barocca. Gigante offre un’ampia visione del contesto di stesura e redazione delle lettere, rispettivamente intese come una “per la storia” (VI, 16) e una “per la cronaca” (VI, 20), in quanto destinate allo storico antico che Plinio tanto ammirava: Tacito. Gigante esamina, disseziona, sviscera i rapporti fra i due al fine di comprenderne ogni singolo aspetto.
Leggendo questa meticolosa ricostruzione si ha l’impressione di assistere al cataclisma vesuviano in prima persona e da due punti di vista differenti: si è, cioè, come accompagnati nella lettura dell’opera di Plinio, che diventa così considerevolmente più significativa, avendo Gigante apportato interventi che favoriscono non solo l’esegesi, ma anche la costruzione di una sorta di “piattaforma” da cui osservare complessivamente il cataclisma e le sue conseguenze, e da cui riflettere sulla caducità dell’esistenza umana, oltre che sull’analisi del fenomeno vulcanico anche dal punto di vista scientifico e geologico. Ma il volume è anche anche uno studio di psicologia delle masse, dato lo spazio dedicato alle reazioni della popolazione che perì nella catastrofe.
Il messaggio di Plinio, pur così chiaro, è rimasto inascoltato: ciò riflette, in un certo senso, la leggerezza di quanti, vissuti dopo un passato denso di storia, ne sottovalutano però gli insegnamenti, o li subordinano a capricci e ipocrisie propri d’una società anestetizzata e insensibile, in cui tutto ciò che realmente conta è la ricerca del guadagno e dell’interesse, spesso a discapito del ricordo dei tanti esseri umani morti a causa di simili dissennatezze. In altre parole, queste considerazioni sono ancora attuali? Il silenzio del Vesuvio dal 1944 ha incrementato, a partire dagli anni Cinquanta, la cementificazione in tutta l’area del vulcano. Palazzi e villette, alberghi e ristoranti sorgono sulla falda traballante del Vesuvio, gli ospedali sorgono sulle conche laviche, la vita brulica sopra vie di lava scavate nei secoli dalle eruzioni. Eppure, spiegano i vulcanologi, poche località al mondo sono esposte a rischi più alti, se si considera l’abnorme concentrazione edilizia spintasi fino a poche centinaia di metri dal cratere. Nessuna via di fuga. Ma su paura e prudenza a quanto pare hanno prevalso considerazioni di altro ordine. Già dal 2003, la Protezione Civile ha vietato qualsiasi nuova costruzione o allargamento delle abitazioni già esistenti nelle zone a rischio. Ma, come specificato dall’Assessorato alle Opere e Lavori pubblici e Protezione Civile della Regione, il divieto non riguarda le opere civili: questo spiega le polemiche e contestazioni che hanno accompagnato la costruzione dell’’Ospedale del Mare, situato nel quartiere Ponticelli di Napoli a soli 7,7 chilometri dalle pareti vulcaniche, incluso nella “zona rossa”, ovvero quella a maggior rischio di una possibile eruzione vulcanica, dall’ultimo piano nazionale della Protezione Civile.
“Prigionieri volontari del vulcano”: ecco come si potrebbero forse definire coloro che, privati di ogni via di fuga, decidono consapevolmente di trascorrere la propria vita in uno dei territori paesaggisticamente più affascinanti e ricchi di storia, ma anche più congestionati, sovrappopolati e soprattutto geologicamente più pericolosi d’Italia.

Per saperne di più – Edizioni di riferimento:

M. Gigante, Il fungo sul Vesuvio secondo Plinio il Giovane, Lucarini, Napoli 1989
Plinio il Giovane, Epistole ai familiari. Carteggio con Traiano. Panegirico a Traiano, traduzione di L. Rusca, BUR, Milano 19942.