Oltre cinquecento persone hanno acquistato un biglietto per sentire una persona leggere loro un libro che, chi più chi meno, tutti conoscono. Sembra impossibile, ma così non è. Perché martedì sera il teatro Argentia di Gorgonzola era quasi tutto esaurito per assistere alla lettura-monologo «I Promessi sposi – con Renzo sulle strade dei nostri giorni» di Riccardo Moratti, ideatore e promotore del progetto «Lettere vive».

Professore e amante dei classici

Melzese doc, 42 anni, è insegnante di lettere alle scuole superiori Salesiane di Treviglio. Studente del Giordano Bruno di Melzo e diplomato in violino al Conservatorio di Milano, ha sempre nutrito una grande passione per la letteratura. Con il progetto Lettere vive è riuscito a unire questo amore con quello per la musica e per il teatro. Oltre ai Promessi Sposi, ha già portato in scena letture sulla Divina Commedia (Inferno, Purgatorio e Paradiso) e sull’Orlando Furioso.

Qualcuno ti ha definito il Roberto Benigni della Martesana

«Un amico mi aveva descritto come l’Alessandro D’Avenia della Martesana, ma senza riccioli (ride, ndr). A parte gli scherzi non mi sento simile a Benigni, io non sono bravo quanto lui a far ridere il pubblico anche se a volte mi capita di proporre parentesi leggere che strappano un sorriso. Diciamo che i modelli cui mi ispiro sono Marco Paolini, Lucilla Giagnoni e alle letture di Alessandro Baricco che mi hanno trasmesso la sua grande passione».

Hai deciso di fare lezione in teatro perché in classe non ti bastava più?

«Mi dispiaceva che questi testi fossero ridotti a un compito scolastico. Il mio obiettivo è far arrivare al pubblico l’emozione della lettura. Ho cominciato con gli studenti dei vari istituti, poi ho portato lo spettacolo fuori dalle mure delle scuole e ho ottenuto riscontri positivi. Ho sempre pensato, “Se mi avessero letto questi testi così, li avrei apprezzati”. Credo che la scelta vincente sia quella di non limitarsi solo a leggere della pagine dei classici, ma raccontare tutta la storia seguendo il filo narrativo in maniera completa, alternando fasi di recitazione teatrale a letture, monologhi e dialoghi con il pubblico».

Nell’epoca dei film scaricati da Internet, di Netflix e dello streaming, perché 500 persone pagano per sentirsi leggere un libro?

 

«Perché tutti hanno sempre amato farsi leggere le storie. Credo sia un piacere che abbiamo innato in noi, sin da quando siamo piccoli. Inoltre in tanti hanno qualcosa di irrisolto con i grandi capolavori che si incontrano a scuola e, quasi sempre, non scatta l’amore, ma rimane la curiosità. Diciamo che è un modo per portare a compimento un discorso che è rimasto interrotto. Il mio sogno è quello di riportare la letteratura a essere un evento sociale, così come accadeva con i cantastorie e i menestrelli, e che noi abbiamo trasformato in un’azione intellettualistica individuale. Leggere è condivisione».

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Qual è il pubblico che si avvicina al tuo spettacolo? Persone che vogliono apparire più colte o che veramente vogliono conoscere qualcosa di più?

«E’ un pubblico molto vario che va dai ragazzi ai pensionati. Secondo me molto lo fa la curiosità di riscoprire testi già incontrati o conosciuti perché patrimonio collettivo, ma anche la voglia di emozionarsi è fondamentale. Il primo a emozionarsi sono io e l’approccio teatrale, la combinazione di parole e musiche, è un mix che effettivamente piace al pubblico».

Ti senti più professore, attore o menestrello?

«Quando sono al leggio gioco e provo piacere nel fare l’attore anche se sono solo un amatore. Quando parlo con il pubblico mi rendo conto che viene fuori la mia parte di insegnante».

Quanta colpa hanno i professori se i ragazzi non leggono più?

«Non credo che si possa dire che oggi i ragazzi leggano meno rispetto al passato, c’è chi lo fa e chi no, come è sempre stato. La responsabilità di noi professori sta nel far scoprire o meno il valore dei libri e della letteratura. Un compito ancora più difficile di fronte ai classici».

Quanti libri leggi in media e qual è l’ultimo che hai letto?

«In media leggo tre o quattro libri al mese. L’ultimo è “Le avventure di Numero primo” di Paolini».

Domanda difficile: un numero che proprio non hai digerito?

«Non sono mai tornato a leggere “Il deserto dei tartari”. Diciamo che è rimasto un po’ un mito in negativo della mia adolescenza: me lo hanno imposto nel momento sbagliato e quindi non mi sono più messo a rileggerlo, anche se so che oggi, probabilmente, lo guarderei con un occhio diverso. Penso che questa situazione capiti a tante persone, con molti libri tra cui i grandi classici. Però c’è anche il libro che più mi ha segnato in positivo, “Le città invisibili” di Calvino».

Visto che siamo in campagna elettorale, se tu fossi ministro dell’Istruzione e della Cultura cosa cambieresti?

«Punterei sulle persone. Cercherei di dare sostegno alle associazioni che fanno cultura nei territori, non dando soldi a pioggia, ma sostenendo la passione di chi, anche come volontario, si impegna nei vari ambiti. Per quanto riguarda la scuola, invece, penso che l’unica strada sia quella di formare un classe di docenti sempre più competente e professionalmente valida e di premiare coloro che sono davvero dei buoni insegnanti e delle brave persone».