Un manifesto della civiltà contadina e di questa terra silenziosa e dolente. Ma anche di una bellezza struggente e sottile. Ermanno Olmi, a Treviglio, è soprattutto l’Albero degli zoccoli: un’enciclopedia di cascina, che dopo aver fotografato la cultura agricola della Bassa, è a sua volta diventato un tassello importante di quella stessa narrazione.

Quarant’anni fa, l’Albero degli zoccoli

Il suo film, a Treviglio come in tutta la Bassa bergamasca, è ancora un must. Usciva quarant’anni fa, “L’albero degli zoccoli”: il più ispirato monumento dedicato alla civiltà contadina, vincitore della Palma d’oro, il premio Cesar, di un David di Donatello e di cinque nastri d’argento. Che non è solo un bel film, ma per chi vive nella Bassa bergamasca, è anche una specie di specchio sul passato. Difficile infatti trovare un manifesto più bello e dolente della campagna bergamasca del Novecento, dei suoi uomini e delle sue donna. I suoi volti scavati, le mani usurate dal lavoro nei campi. Fino alle voci e i silenzi, in quella lingua che per pochi dei nostri nonni è ancora quotidiana ma che quasi tutti ancora comprendono.

Gli eventi nella Bassa

Dall’anno scorso, 40esimo dalla realizzione, sono stati decine gli eventi organizzati tra l’Oglio e l’Adda, per commemorare il maestro. Soprattutto nella Bassa orientale, tra Martinengo e Mornico, paesi in cui principalmente Olmi decise di girare il film e nei quali scelse il cast, pescando gli attori tra veri contadini.

Quegli attori scelti per strada: Teresa, la vedova Runk

Ne è un esempio Teresa Brescianini: la vedova Runk del film. Paloschese doc, che l’anno scorso in occasione della firma del protocollo d’intesa per le celebrazioni del 40esimo, allo Iat di Martinengo, ha rievocato quell’incontro incredibile. Olmi che arriva in paese e comincia a cercare attori. Nelle piazze, nei bar, nelle scuole. “Prima di me era stato scelto mio figlio – ha raccontato – Era a scuola. E’ tornato a casa e mi ha detto: “Vado a fare il film”. Noi ci siamo messi a ridere e non abbiamo dato importanza. Dopo alcuni giorni invece mi hanno convocato a Martinengo, per presentare il bambino e firmare i documenti. Io sono andata con un mio parente perché non avevo la macchina ma solo la bicicletta”. Ed è stato un attimo.

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“Mi sono commossa: era la mia storia”

Teresa Brescianini

“Quando sono entrata nella sala Olmi mi ha messo gli occhi addosso e io mi sentivo imbarazzata” ha raccontatao. “Finché mi ha detto: “Mi aspetti fuori che voglio parlare con lei”. Io l’ho aspettato e quando è arrivato mi ha detto “Ma dove è stata fino adesso? Era lei che cercavo”. Io in quel momento mi sono tirata indietro, spiegandogli che con i figli e il marito che lavorava a Milano non avevo il tempo per fare un film e poi non me la sentivo… Ma lui mi disse: “Vedrà che ci metteremo d’accordo”… e il giorno dopo me lo sono trovato davanti a casa mia. Gli ho offerto un caffè e lui mi ha portato il copione. Si è messo a leggerlo e io mi sono commossa, e mi commuovo ancora oggi a raccontarlo: era proprio la mia storia. In cascina eravamo in 40, eravamo molto uniti e molto molto religiosi. Questo l’ho tramandato ai miei figli e ai miei nipoti. Alla fine ho accettato di fare il film per fare ricordare come si pregava, come ci aiutavamo l’un l’altro».

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