La cultura è una sola. Uno slogan decisamente non nuovo, quello che da almeno alcuni decenni ripetono come un mantra scienziati e umanisti di tutto il mondo. Eppure il messaggio non sembra chiaro e ancora oggi, soprattutto in Italia, il finto equivoco per cui «scientifico» e «umanistico» sarebbero due pianeti lontanissimi e isolati, continua a vivere. «Alambicco e calamaio» è un esperimento letterario: un finto ossimoro che prenderà vita a partire da questa sera, venerdì, sul sito internet del Giornale di Treviglio – Romanoweek. A realizzarlo saranno però i ragazzi del liceo «Don Milani» di Romano, che con cadenza mensile racconteranno storie intriganti e affascinanti, di quando scienza e lettere s’intrecciano, disegnando nuove rotte per lo spirito. A curare la rubrica online sarà  un nutrito gruppo di ragazzi di diverse sezioni del «Don Milani», insieme alla professoressa che si occupa del tutoring interno per l’alternanza scuola-lavoro Silvia Stucchi, e al prof. Paolo Figara, filosofo specialista in Storia del pensiero scientifico.

Seneca: il filosofo e le comete

a cura di Giulia Bianchi, Rebecca Cazzamali, Claudia Cuzzolin, Giada Ottolini, Sofia Rosa, Ioana Stan, Flavia Tura – Liceo “Don Lorenzo Milani” – Romano di Lombardia

“E dunque questi fenomeni saranno spiegati attraverso lunghe successioni di studiosi. Verrà il giorno in cui i nostri posteri si meraviglieranno che noi abbiamo ignorato realtà così evidenti. Per quanto riguarda questi cinque pianeti, che ci costringono ad occuparci di loro e sollecitano la nostra curiosità presentandosi ora in un luogo ora in un altro, da poco abbiamo cominciato a conoscere come sorgono al mattino e alla sera, dove si fermano, quando si spostano in avanti sulle loro direttrici, perché ritornano indietro (…) Un giorno o l’altro verrà qualcuno in grado di dimostrare in quali regioni del cielo si svolga il corso delle comete, perché vaghino discostandosi tanto dagli altri astri, quali ne siano le dimensioni e la natura. Accontentiamoci di ciò che abbiamo finora scoperto: anche i posteri rechino un loro contributo alla verità”.

Con queste parole Lucio Anneo Seneca (4 a. C- 65 d. C.) nelle Naturales Quaestiones si esprime sulla conoscenza dei fenomeni celesti e delle comete nello specifico. Le Naturales Quaestiones sono un’opera scientifica descrittiva dei fenomeni astronomici, meteorologici e geografici, divisa in 7 libri e composta da Seneca molto probabilmente dopo il suo ritiro dall’attività politica di senatore, precettore prima e consigliere poi dell’imperatore Nerone, al tramonto della sua vita.

L’autore nelle Naturales Quaestiones affronta e osserva i fenomeni naturali come i fulmini, i tuoni, le acque, i venti, i terremoti, i pianeti (allora noti solo in numero di cinque, come abbiamo visto sopra), e le comete in ottica sperimentalistica, confermando, smentendo e riflettendo sulle ipotesi di autorevoli maestri a lui precedenti. Meritevole di menzione è, per esempio, la confutazione della teoria sulle comete di Aristotele, considerate masse di gas informi immanenti all’atmosfera terrestre. Invece, Seneca le considera opere eterne della natura, pari a veri e propri astri, smentendo la convinzione che l’apparente diversità dei corpi celesti fosse sinonimo di una differente origine. Seneca intendeva escludere nella fenomenologia del mondo naturale ogni intervento divino: per lui gli eventi naturali hanno cause specifiche e una spiegazione razionale e verificabile mediante intelletto.

In un certo senso, l’evoluzione della scienza corre lungo binari analoghi a quelli della lingua: non si arresta mai. Una lingua che non cambia è morta: una scienza che non è pronta ad ampliare, modificare o smentire le sue teorie, sarebbe anti-scientifica. A quei tempi esisteva una lingua deputata alla comunicazione scientifica sovranazionale: il greco. Ma Seneca sceglie di scrivere in latino, che diventerà poi la lingua della comunità scientifica per tutto il Medioevo e il fino al Seicento; e che quindi verrà sostituito dal francese e poi dall’inglese. Scrivere in latino è per Seneca dunque una presa di posizione netta, e un atto di fiducia nei confronti della sua lingua materna, esattamente come farà Galileo secoli dopo, in quanto divulgatore e convinto delle potenzialità espressiva del volgare italiano e della necessità che si sviluppi in tutti i comparti del sapere.

Ma già duemila anni fa, Seneca aveva capito che il progresso scientifico non può non fare i conti con il progresso morale, e che anzi, spesso, si accompagna al regresso morale. A questo proposito, bisogna prendere in considerazione una lettera dalle Epistulae morales ad Lucilium, la 90, in cui attraverso un ragionamento logico e filosofico, in alcuni tratti molto articolato e ramificato, Seneca riesce a chiarire esattamente la sua posizione riguardo al progresso. Per fare ciò si avvale di un presupposto fondamentale, secondo il quale l’uomo, ancora innocente nell’età dell’oro, non sentiva la necessità di tutto quello sfarzo, lusso e comfort, che successivamente sarebbe diventato uno status symbol per i Romani di alto ceto sociale.
Questa lettera, ancora estremamente attuale, nonostante scritta nel I secolo d.C., tratta della decadenza civile e morale degli uomini. Potrebbe essere benissimo interpretata come lo sfogo di un uomo che analizza la convulsiva società contemporanea, sempre alle prese con il nuovo modello di telefonino o alla ricerca della macchina più moderna; come la riflessione di un uomo, in altre parole, che sperimenta tutta l’angoscia e, in anticipo di secoli su Freud, tutto il disagio della civiltà; e, per certi versi, Seneca anticipa anche, con questa lettera, le riflessioni di Pier Paolo Pasolini sulla differenza fra innovazioni tecnico-scientifiche e progresso.

Seneca analizza dunque, in visione assolutamente utopica, una società nostalgica del passato, connotata dagli ideali di tranquillità, serenità, innocenza e semplicità. Una vera e propria Età dell’oro. Il filosofo attribuisce lo sviluppo dell’uomo e il suo progresso all’individuo sagace, intraprendente, che vuole industriarsi per conquistare una vita diversa rispetto a quella di chi l’ha preceduto, una vita, comunque, che oggi sarebbe paragonata all’esistenza di un uomo ancora immerso in uno stato selvaggio. In questo senso, Seneca crede che l’uomo non abbia bisogno di tutti quegli optional subentrati successivamente. L’uomo saggio, con l’aiuto della filosofia, vive – o cerca di vivere – una vita migliore, in pace e tranquillità. Ed è un dato di fatto che, ancora oggi, esistono e sono anzi in aumento gruppi di persone che scelgono di vivere in modo minimal. Questa loro scelta esistenziale spesso è associata al radicamento sul territorio rurale. In un certo senso si può affermare che Seneca considera la persona saggia come un “San Francesco”, ovvero colui che si è spogliato letteralmente di tutti i beni e che ha rinunciato ad ogni lusinga terrena per dedicarsi alla sua più alta ambizione.
Ancora oggi, esistono infatti numerosi ecovillaggi, e si stanno anzi moltiplicando: è il caso delle esperienze delle comunità degli Elfi sull’Appenino toscano ed emiliano e altre simili realtà facenti capo al pensiero bioregionale.

A conclusione, Seneca stesso è conscio che, pur sognando di poter tornare alla felicità primitiva, se mai essa è esistita, tuttavia, non è umanamente pensabile né possibile ripercorrere a ritroso il corso della storia. La vera felicità è propria non di una animo assolutamente semplice, ma di un animo educato alla filosofia, che ha una funzione riequilibratrice dei mali del progresso, che sia per il singolo che per tutta la comunità: parlando degli uomini primitivi, alla fine della Epistula 90 che “ a essi mancavano giustizia, prudenza, misura e fortezza. La loro vita rozza aveva certi aspetti simili a tutte queste virtù, ma la virtù non tocca se non a un animo educato, colto, che sia già stato condotto a un assiduo esercizio della perfezione. Noi nasciamo per raggiungere questa perfezione, ma senza di essa ed anche nelle persone migliori prima che tu le educhi c’è materia di virtù, non c’è virtù”.

Per saperne di più:

Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio, a cura di L. Canali, 2 voll., a cura di Luca Canali, BUR 1973, 1993, continuamente ristampato. Lucio Anneo Seneca, Questioni naturali, a cura di D. Vottero, UTET, Torino 1989, 1998.
L. Castagna- Lavinia Galli (a cura di), Seneca. Antologia delle opere, Paravia, Torino 1995.