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Cosa c’è sotto ai nostri piedi? La storia del Cremasco dall’età del bronzo ad oggi

L'incontro ha portato alla luce scoperte e ritrovamenti: gli esperti hanno recuperato anche un cucchiaio risalente dall'età del Rame

Cosa c’è sotto ai nostri piedi? Dall’età del bronzo ad oggi, da Pandino, a Sergnano ad Agnadello emerge la storia del Cremasco.

Cosa c’è sotto ai nostri piedi? La storia del Cremasco

E’ stato tutto spiegato venerdì sera scorso a Pandino, durante una conferenza promossa dall’Amministrazione comunale in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia e Beni Culturali, «Snam retegas» e «Tecno impresa specializzata» in scavi archeologici. La conferenza, è stata introdotta dal Soprintendente per la sede Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Cremona, Lodi e Mantova Gabriele Barucca, che ha raccontato come gli esperti, durante gli scavi di questi anni, hanno ricostruito 12 mila anni di vita.

Agnadello e Gradella: le tombe del Medioevo

I ritrovamenti a Agnadello e Gradella di Pandino sono di più recente data e riferibili al culto funerario e di sepoltura nel medioevo, anch’essi di elevato valore storico e come tutti i materiali prelevati e rinvenuti ora affidati ai tecnici dei laboratori per ulteriori analisi scientifiche di approfondimento. Ma passiamo ai fatti: “I lavori per la realizzazione del metanodotto, che dallo snodo di Sergnano hanno attraversato tutto il territorio cremasco fino a giungere ad Agnadello, sono stati eseguiti tra il febbraio 2016 e l’aprile 2017 – hanno spiegato gli esperti – La proficua collaborazione istituita tra tutti i soggetti coinvolti nelle operazioni, ha permesso di risolvere le situazioni più critiche e di condurre a termine l’opera entro i tempi stabiliti: l’impegno di tutti è stato fondamentale per il raggiungimento dell’obiettivo previsto, cioè portare a termine la costruzione senza perdere i dati storici che questo tipo di intervento fornisce”.

Dall’età del bronzo fino al Rinascimento

Scavi

“Gli scavi – hanno continuato gli esperti – hanno infatti permesso di portare alla luce, su un tracciato di 32 km, 46 siti ascrivibili a epoche differenti, a partire dall’età del bronzo fino al periodo rinascimentale e post-rinascimentale, offrendo uno spaccato del popolamento del Cremasco in antichità. Diverse le professionalità coinvolte: oltre agli archeologi hanno lavorato geo-archeologi, paleobotanici, esperti di dendrocronologia e archeozoologi, in modo da poter ricavare il maggior numero di dati possibili per la conoscenza della storia antica del territorio”.

Un territorio disabitato? Non è così

Le nuove scoperte hanno permesso di correggere la convinzione che queste zone fossero disabitate in antichità per la presenza di acquitrini e paludi: in effetti è stato messo in risalto il ruolo determinante giocato dalla presenza delle acque in queste terre, presenza che ha originato, in antichità, il mito del “Lago Gerundo”, un’ininterrotta distesa di paludi e acquitrini, considerata inospitale per gli insediamenti e persino popolata, secondo le leggende, da draghi. Le evidenze archeologiche dimostrano che invece i corsi d’acqua hanno costituito un polo di attrazione per le comunità antiche, che si sono insediate in questa fascia.

Trovato un cucchiaio dell’età del Rame

Numerosi i reperti rinvenuti, appartenenti sia a contesti abitativi che funerari, alcuni dei quali di particolare pregio e rarità, come ad esempio un cucchiaio in legno risalente all’Età del rame. L’intenzione della Soprintendenza sarebbe quella di restituire le scoperte e i materiali al territorio, in un primo momento attraverso una mostra, per la quale si stanno ancora cercando i finanziamenti, in cui venga presentata la ricostruzione dell’ambiente naturale di questa fascia del Cremasco in epoca antica e i suoi mutamenti nel corso delle epoche.

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