Don Massimo Calvi, da sei mesi rettore del Santuario di Santa Maria del Fonte, parteciperà per la prima volta alle celebrazioni del 26 maggio, in occasione dell’Apparizione della Vergine. Un evento che per lui rappresenta una grande emozione.

L’intervista
Come sta vivendo il mese mariano e i preparativi per il 26 maggio?
“Vivere per la prima volta da rettore il mese di maggio, la Novena e l’attesa per il giorno dell’Apparizione mi sta rivelando una vitalità del Santuario che non conoscevo, pur essendo venuto tante volte come pellegrino o in occasione di celebrazioni diocesane. Dalla Pasqua fino ad oggi mi sono reso conto che c’è una nutrita partecipazione di fedeli il sabato e la domenica, in primis lo “zoccolo duro” di chi ha eletto la basilica come luogo di riferimento per la propria spiritualità e viene regolarmente, magari perché sin da bambino lo ha frequentato. Poi ci sono i pellegrini che passano per una visita personalmente o con la famiglia: genitori, figli, talvolta anche i nonni. Lo trovo molto bello, fa bene a tutti. Infine ci sono i gruppi che arrivano dalle parrocchie, dalle case di riposo o dalle scuole che si organizzano con i loro presbiteri o si affidano a noi preti del Santuario per vivere un momento di spiritualità attraverso la preghiera, la celebrazione della messa e per molti il sacramento della confessione. A maggio, in particolare, è meta di pellegrinaggi anche serali, diverse le parrocchie che provengono dal Milanese o da altre realtà, infatti la basilica rimane aperta fino alle 22 dal lunedì al sabato. Vi è poi la numerosa comunità filippina che viene ogni prima domenica del mese con i suoi sacerdoti che celebrano in lingua madre, ma molti vengono regolarmente anche alla nostra messa: il giorno di Pasqua li ho salutati in tagalog ed è scoppiato un applauso. E poi ci sono gli oratori con i Grest a cui sono proposte delle attività a tema e i pellegrinaggi focalizzati prevalentemente sul mondo giovanile come quello degli universitari di Comunione e Liberazione, venuti per un ritiro spirituale durante la settimana santa, seguiti poi dagli adulti”.
Cosa l’ha colpita del Santuario da quando ne è alla guida?
“Mi stupisce come intorno al Santuario non ci sia soltanto l’espressione di una devozione consolidata, che pure è preziosa, ma anche l’arrivo di persone che portano con loro una situazione di vita difficile per motivi di salute, famiglia, lavoro… Mi è capitato spesso, così come agli altri preti, di essere fermato e di ricevere la richiesta di una preghiera, di un ricordo. È molto bello, il Santuario ha ancora una forte attrattiva in una società molto più secolarizzata rispetto al passato. Quella che sto vivendo è un’esperienza di servizio presbiterale totalizzante”.
Si aspettava quello che ha trovato?
“Ero molto preoccupato quando ho lasciato la mia ultima parrocchia. Essendo rimasto lì diversi anni si erano consolidati molti rapporti, sia sotto il profilo umano che del ministero sacerdotale, tante le amicizie. Tuttavia, arrivato qui, ho sentito la nostalgia dei parrocchiani, certo, ma non della parrocchia, perché siamo 11 sacerdoti e non ho avuto difficoltà di inserimento. La comunità del Santuario mi ha dato un’accoglienza calorosa e una collaborazione preziosa da parte sia dei sacerdoti che delle suore, dei dipendenti e del bel numero di volontari. Con loro è presto nato un rapporto significativo: non c’è solo il valore che si trova in chiunque si metta a disposizione degli altri ma anche un vero e proprio amore verso il Santuario e la Madonna. Inoltre ho avuto modo di scoprire che la basilica offre belle opportunità per un prete, per l’annuncio del Vangelo e l’incontro delle persone”.
Come vede il Santuario nel panorama della Chiesa?
“Mi è capitato di incontrare pellegrini che venivano dall’estero: è una realtà che può avere una sua vocazione, un suo ruolo come avamposto per l’annuncio del Vangelo e l’incontro con la comunità ecclesiale. Mi spiego meglio: oggi tanta gente ha un rapporto non facile con la Chiesa, perché porta dentro di sé un retaggio del passato o per il fango che i media a volte le gettano addosso se c’è l’occasione; credo che il Santuario possa rappresentare una forma di presenza ecclesiale con le porte aperte. L’accoglienza cordiale, attenta ai fedeli e alla celebrazione della liturgia, con preti e laici pronti ad offrire occasioni di ascolto e presa in carico delle persone sono fondamentali”.
La basilica tra qualche anno celebra i 600 anni dall’Apparizione, c’è molto da fare
“Il rettore ha tra le sue funzioni quella di coordinare l’impegno di tanti operatori nella cura del complesso edilizio, delle sue strutture e delle sue opere. Un impegno non da poco, il Santuario lo porta avanti con il supporto della Diocesi. In vista del 600esimo anniversario dell’Apparizione si è fatta un’operazione che è in itinere: qui ovunque caschi l’occhio c’è qualcosa da fare ma per non muoverci in maniera improvvisata, stiamo cercando di mappare tutti i bisogni e organizzare una programmazione ad ampio spettro che fissi delle priorità. Economicamente il Santuario non può farsi carico di tutto in un colpo solo, ma vogliamo che gli interventi che si fanno man mano non siano una sorta di rattoppo bensì si collochino in un progetto più grande, in modo coordinato. Negli ultimi anni si è messa mano alla cupola e all’organo, vedremo per il consultorio. Siamo costretti a camminare facendo un piccolo passo alla volta, sperando che sia nella direzione giusta”.