Da Caravaggio al Libano per lavorare in un campo profughi. Un’esperienza di volontariato intensa presentata venerdì 21 giugno all’auditorium ella BCC. Durante la serata organizzata da “Caravaggio nel mondo” con il sostegno della Casa della carità e il patrocinio del Comune di Caravaggio si è parlato dell’esperienza di volontariato di Elona, che è stata in Libano con Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento della Comunità Papa Giovanni XXIII nato nel 1992.

Da Caravaggio al Libano, il racconto di Elona

Ho vissuto per sei mesi nel campo profughi siriano di Tel Abbas, nella regione dell’Akkar, a nord del Libano, a 5 km dal confine siriano – Racconta Elona – Il campo profughi è il posto dell’anonimato, tutti sono qui ma nessuno abita questo posto; dove non si stabiliscono relazioni, legami, tutto quello che contribuisce a creare identità. Il campo profughi è simbolo del provvisorio che diventa definitivo. Simbolo del provvisorio, che purtroppo si fa sempre più simbolo di un esilio senza fine. Casa ora è una tenda che pian piano si è trasformata in una baracca, i tappeti hanno lasciato spazio a piastrelle trovate qua e là per diventare pavimento, al posto delle camere per dormire qualche materasso che si divide con la famiglia. La vita è sospesa, è una vita in attesa. Ma di che cosa? Si tornerebbe anche indietro, ma non c’è un posto dove tornare. “E poi, si chiedono i profughi – chi saremmo se tornassimo di là?” “Sono scappato portando con me i miei figli per salvarli dai barili bomba – racconta un altro profugo –  Li ho salvati dalle bombe ma non dalla vergogna, li ho visti crescere in un campo profughi, sono cinque anni che li lavo in bagni che divido con altre centinaia di persone. Questa non è vita.”

La vita dei rifugiati siriani

“Condividere la quotidianità con i rifugiati siriani significa condividerne i problemi – racconta Elona – la mancanza di elettricità, l’assenza di acqua corrente, l’assenza di privacy, la precarietà del vivere in una tenda che non sarà mai casa, il freddo pungente dell’inverno, il fango della pioggia, il caldo soffocante dell’estate. Significa farsi carico dei loro inevitabili problemi sanitari, della loro tutela negli spostamenti quando devono recarsi presso gli uffici dell’UNHCR o presso gli ospedali, vedere i bambini sfruttati nei campi agricoli invece che andare a scuola, essere fratelli e amici. Noi volontari di Operazione Colomba siamo inoltre chiamati a mediare le tensioni fra la comunità libanese e i rifugiati siriani. Tutti vorrebbero tornare a casa ma la speranza è persa; i più fortunati, i più bisognosi, vengono accolti attraverso i Corridoi Umanitari (nessuna spesa per i paesi ospitanti) in Italia, Francia, Andorra e Belgio. Perché nei campi profughi non sono niente, non sono nessuno. Perché la loro casa non c’è più e perché il conflitto in Siria anche se ufficialmente terminato lascia strascichi pesanti che non consentono in questo momento il rientro in patria. Intanto si sogna l’occidente, si sogna la Pace”.

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La proposta di pace di Operazione Colomba

Per dare una speranza a queste persone, Operazione Colomba promuove la “Proposta di pace” avanzata dai profughi siriani, che chiedono la creazione di una zona umanitaria dove poter rientrare in sicurezza e provare a ricostruirsi una vita in dignità. Senza la “protezione” di forze militari e senza la presenza di ministeri del regime di Damasco, ma sotto la tutela della comunità internazionale secondo gli articoli 14 e 15 della IV Convenzione di Ginevra per la Protezione delle Persone Civili in Tempo di Guerra. Questa zona verrebbe popolata dagli sfollati siriani costretti a lasciare la Siria e che vivono sprovvisti di ogni diritto civile e umano.

Un milione di rifugiati in un Paese piccolissimo

“Il Libano, grande come l’Abruzzo, ospita un milione di rifugiati siriani secondo i dati ufficiali UNHCR, che abitano in assembramenti informali – spiega Elona – Tale condizione è dovuta al fatto che il Libano non ha mai sottoscritto la convenzione di Ginevra, quindi non riconosce lo status di rifugiato. Che cosa sono i siriani? Ospiti, sfollati, migranti… Queste persone in fuga dalla guerra in Siria si trovano a vivere in condizione di illegalità dentro un paese che li tollera ma non ne riconosce lo status e quindi non ha il dovere di proteggerli. La popolazione siriana è mal tollerata da quella libanese; lo stato libanese risente di lunghi periodi di instabilità interna ha ancora troppo viva la memoria della guerra civile e delle stragi nei campi profughi palestinesi per poter supportare anche politicamente gli insediamenti siriani. Va anche precisato che le cariche istituzionali in Libano sono assegnati proporzionalmente su base confessionale; i profughi siriani per la gran parte musulmani sunniti se riconosciuti, avrebbero grande peso sull’assegnazione delle cariche pubbliche. E di conseguenza già i precari equilibri politici rischierebbero di andare in frantumi. Il rischio del vivere così è quello di perdere la speranza, la speranza di ritornare ad avere una vera casa, come quella che vive nei loro ricordi. Nel frattempo “casa” è una tenda di nylon e cartone”.

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