L’arcivescovo di Milano Mario Delpini è venuto in visita pastorale  a Treviglio, ieri, domenica 1 dicembre.  Dopo la messa  celebrata nella Basilica di San Martino ha visitato Castel Rozzone e infine la Fondazione Anni Sereni. Profonda e pungente l’omelia, durante la quale il presule ha parlato del “popolo della notte”, e del ruolo dei cristiani trevigliesi. Invitandoli ad aprirsi e a non considerare la città un’ “isola”.

Mario Delpini in visita alla Casa di riposo

Accompagnato dal parroco di Treviglio monsignor Norberto Donghi, ieri l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha visitato Treviglio e presieduto la messa domenicale in Basilica, nella prima giornata di Avvento.  L’Arcivescovo – che tornerà in città anche tra poche settimane, per la riapertura dopo due anni del Santuario restaurato – ha quindi fatto visita agli anziani ospiti della Fondazione Anni Sereni, che gestisce la casa di riposo di Treviglio.  “E’ stata una visita emozionate e intensa dove Sua Eccellenza ha incontrato i nostri ospiti e dipendenti, dando loro parole di conforto e la Sua benedizione” spiega in una nota il presidente della Fondazione Augusto Baruffi. “Vorrei esprimere a nome mio e di tutta la Fondazione i più sentiti ringraziamenti per aver scelto anche noi durante la Sua visita pastorale nella chiesa di Treviglio”.

L’omelia: Delpini e il popolo della notte

Di seguito un passaggio dell’omelia, in cui l’arcivescovo di Milano ha parlato a lungo del ruolo della comunità cristiana nella società.

“C’è anche un popolo che potremmo definire gli amici della notte. Gli amici della notte sono quelli che preferiscono dormire che stare svegli, appartarsi per scansare le responsabilità piuttosto che farsi avanti, prendere dei compiti che talvolta li inquietano e non li fanno dormire. Sono quelli che come ai tempi di Noè prende gusto a mangiare, bere e non domandarsi niente, non decidere niente per sé e per il proprio futuro. Gli amici della notte preferiscono la luce artificiale alla luce del sole, la gioia artificiale alla gioia vera, gli amori artificiali all’amore vero, che si dona ogni giorno. Quelli che amano esagerare, e si rifugiano nella solitudine notturna immaginando che lì nessuno li vede e quindi la distinzione tra bene e male, tra giusto e sbagliato, viene cancellata dal buio. Preferiscono evitare la luce del giorno, quella in cui dovrebbero rendere conto di come usano il tempo, le risorse di cui dispongono, di come trattano il proprio corpo e quello degli altri. Ecco, gli amici della notte sono un po’ dappertutto ma mi sembra che ci sia il loro come una specie di disperazione, come l’impressione che non valga la pena fare del bene, prendersi responsabilità e fastidi a favore degli altri e della comunità. Vivono senza accorgersi di nulla, neppure di ciò che li riguarda e della ragione per cui sono al mondo. A me sembra che noi cristiani siamo presenti nel mondo come gente che ha un messaggio da portare. A tutti, oggi, agli amici della notte. A chi si fa domande, ma anche a chi non ha più domande da fare.
E questa prima domenica d’avvento ci indica in cosa consiste questo messaggio.
E qual è questo messaggio? Prima di tutto, che c’è una speranza. Che ci chiama e ci invita a svegliarci. Il secondo contenuto del nostro messaggio è che il senso dell’umanità è la sua vocazione alla fraternità. I popoli non sono fatti per farsi la guerra a vicenda, le persone non sono fatte per farsi del male, le famiglie non sono fatte per le beghe. Siamo tutti chiamati a una comunione fraterna. Il terzo, è quello che noi porteremo questo messaggio, saremo testimoni di questa speranza e della vocazione alla fraternità non facendo delle prediche, ma rivestendoci delle opere della luce. Vivendo come lui ha vissuto.

“Trevigliesi, apritevi. Non esiste la chiesa localizzata attorno al campanile”

L’arcivescovo ha quindi esortato i trevigliesi a non chiudersi attorno al campanile: “Non siate orgogliosi della vostra storia al punto da non riconoscere i doni che dobbiamo ricevere dalle altre storie”.

Ecco , la visita pastorale è un momento un po’ speciale della mia presenza in questa Basilica e in questa città, che in passato ho visitato diverse volte per diversi motivi. Oggi sono qui come servo della comunione ecclesiale, per dire che siete anche voi parte di una pastorale d’insieme, non un’isola.  Ogni comunità pastorale deve interagire con il decanato, e ogni decanato deve sentirsi parte della diocesi che tutti ci fa Chiesa. Non esiste la chiesa localizzata attorno al campanile, esiste una comunità radunata intorno al Signore. Perciò io sono venuto a dirvi: apritevi, curatevi delle comunità vicine. Non siate orgogliosi della vostra storia al punto da non riconoscere i doni che dobbiamo ricevere dalle altre storie.

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