Reduce pontirolese omaggiato dagli alpini faresi. Lo avevano invitato in occasione della «Giornata della memoria» ma un malanno aveva impedito a Casimiro Brembati di partecipare. Così sono passati in visita con in dono il gagliardetto.

Reduce pontirolese di 96 anni

Con rammarico aveva dovuto declinare l’invito alla serata organizzata dagli alpini di Fara in occasione della «Giornata della memoria». E così le Penne nere hanno deciso di incontrarlo a casa e donargli il loro gagliardetto insieme a un libro che raccoglie testimonianze dei reduci come lui. A 96 anni Casimiro Brembati, reduce della campagna di Russia residente a Pontirolo, non ha perso la grinta e la memoria di quei mesi durissimi vissuti nella steppa sovietica. Lui, fante poco più che ventenne, catapultato in quell’inferno di ghiaccio è riuscito a tornare a casa sano e salvo, grazie alla sua tempra d’acciaio, ai compagni e alla buona sorte. Ma non ha dimenticato le immani sofferenze e i tanti giovani che hanno perso la vita laggiù.

Un incontro pieno d’emozione

reduce pontirolese

E’ lui l’uomo più anziano del paese e uno degli ultimi testimoni di quella carneficina. E così il Gruppo alpini di Fara lo scorso 27 gennaio lo avrebbe voluto ospite d’onore. Già perché in programma c’era una miscellanea di immagini storiche della ritirata alpina in Russia nell’inverno 1942-1943. Proiezione accompagnata dalla narrazione di Bruno Pizzi, in alternanza alle foto dell’avventura di Vincenzo Gamba figlio di un alpino. Quest’ultimo l’anno scorso ha pedalato sulle orme dei soldati in fuga. Il tutto intervallato dalle voci del «Coro Angelo» degli alpini di Villongo. Un invito che Brembati aveva accolto con gioia: poco distante dagli alpini, infatti, c’era anche lui. Un malanno lo aveva però bloccato, e così il capogruppo Fausto Bana e Gamba sono passati in visita. «Ho visto nei suoi occhi la soddisfazione di raccontare e la tristezza dei suoi amici che sono rimasti in terra di Russia», ha commentato Bana.

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Sofferenze impresse a fuoco nella mente

Di fronte alle stesse immagini proiettate nell’auditorium farese, il 96enne non ha nascosto la sua emozione. I ricordi hanno cominciato a emergere con tutta la loro forza, il racconto di quei giorni lontani a farsi fitto di aneddoti, gli occhi a divenire lucidi. Passo passo ha ripercorso l’arrivo in Ucraina e poi in Bielorussia, la permanenza sul fiume Don, la ritirata. Poi l’arrivo in Italia, l’8 settembre e il ritorno a casa.
«Ricordo quando per la stanchezza mi addormentai e saltai il rancio – ha detto – Erano due giorni che non mangiavo e quando trovai una scatola di tonno, ghiacciato, la mangiai subito. Mi rimase sullo stomaco e non ce la facevo più a camminare. I mie compagni mi hanno trascinato, altrimenti sarei rimasto là. Per fortuna poi sono riuscito a bere del tè caldo e a riprendermi. Eravamo pieni di pidocchi e le tormente di neve ci avvolgevano al punto da non distinguere più il cielo dalla terra». E ancora: «Ho ancora nel cuore una madre di famiglia che, sebbene per lei fossi il nemico, mi accolse nella sua povera isba – ha continuato – Di notte si alzò per rimboccarmi la coperta mentre dormivo su un giaciglio per terra. Prima di andarmene mi diede del pane, benché fosse poverissima, nella speranza che qualcuno facesse lo stesso con i suoi figli. Anche loro sotto le armi come me».