Sono trascorsi quasi 107 anni da quella tragica notte ma il mito del Titanic, con il suo alone di mistero e le sue migliaia di vite e di storie intrecciate non smette di appassionare e affascinare. Sulla nave “dei sogni” c’erano anche tanti italiani, come il caravaggino Ugo Banfie come gli ultimi due identificati dallo storico e scrittore Claudio Bossi.

Il mistero del Titanic

Quella della Titanic è una storia intramontabile, ed è la storia dell’affondamento di una nave colata a picco una gelida notte di quasi 107 anni fa. Era la notte tra il 14 e il 15 aprile 1912.
Su quella vicenda si sono versati fiumi d’inchiostro, articoli e libri che hanno analizzato, in lungo e in largo, il naufragio più famoso della storia marittima. Una vicenda che è rimasta impressa indelebilmente nell’immaginario collettivo. Tanti scrittori, anche nel nostro Paese, si sono cimentati sull’argomento, un argomento che tutt’oggi affascina e intriga. Tra gli autori italiani emerge su tutti il nome dello scrittore e storico Claudio Bossi, uno dei massimi esperti internazionali della storia del celebre transatlantico.

Bossi, dal 1985 “vive” il Titanic

Foto di @bbruno

Autore tra gli altri dei fortunati volumi “Titanic – Storia, leggende e superstizioni sul tragico primo e ultimo viaggi del gigante dei mari”, “Gli enigmi del Titanic”, “Io e il Titanic”   e di un sito internet monotematico (www.titanicdiclaudiobossi.com), Bossi aveva già certificato la presenza sul Titanic di 38 nostri connazionali. Si trattava in prevalenza di personale del ristorante di bordo, e solo in piccola parte, solo 8 di essi, passeggeri.
Dal 1985 l’autore si occupa di ricostruire gli accadimenti di quella fatidica notte con particolare riguardo alle storie degli italiani, passeggeri e non, che erano a bordo del celebre piroscafo della compagnia inglese White Star Line.

“Non lo sapremo mai con esattezza quanti fossero gli italiani imbarcati – spiega Bossi – Non sapremo nemmeno con sicurezza quante persone fossero imbarcate e quante siano state le vittime. In ogni caso le mie ricerche fissano i morti italiani tra i Paesi con il maggior numero scomparsi. Gli italiani erano considerati il personale di ristorazione più affidabile. Potrebbero esserci stati altri italiani in terza classe, quella in cui si imbarcavano gli emigranti, ma non sempre le registrazioni dei passeggeri di terza classe erano corrette e complete, e poi spesso gli italiani venivano mescolati con i francesi”.

Due nuovi italiani

Ed ecco che dall’oblio ora emergono altri nomi. Purtroppo la non corretta trascrizione dei dati anagrafici non ha consentito a Bossi di
scoprire prima queste persone. Ora solo grazie alla decisione di ampliare ulteriormente le ricerche per acquisire altri elementi di carattere storiografico, per arricchire la ricostruzione dell’elenco di italiani presenti a bordo, che possiamo aggiungere altri due nomi.
Si tratta di un romagnolo, Sante Righini (classe 1883) di Pisignano di Cervia, e di un piemontese, Carlo Fey (classe 1893) di Vestignè, provincia di Torino.

Il primo era emigrato in America già nel 1903 e si trovava sul transatlantico al servizio di una benestante vedova americana, che ovviamente viaggiava in prima classe. Quindi un passeggero. Il secondo era un umile ragazzo che partito, con il padre, dalle colline del Canavese per l’Inghilterra, qui aveva trovato un lavoro e il 6 aprile di quel 1912 aveva firmato il contratto, in qualità di sguattero, per l’esclusivo Ristorante A’ la Carte della prestigiosa nave. Ristorante che, è bene ricordarlo, era in gestione dell’italiano di Montalto Pavese, Luigi Gatti.

«Il Gatti fu tra le vittime italiane senza dubbio il personaggio di maggior spicco – precisa Bossi – Morì pure il capo cameriere un tale Nannini, della provincia di Firenze. Gli altri camerieri, cuochi e aiuti di sala o di cucina, erano quasi tutti molto giovani poco più, e in qualche caso, poco meno che ventenni.»

Ma in che modo Claudio Bossi è giunto alla scoperta di queste altre due persone?

«Sono partito dal presupposto che c’era da ritenere che alcuni camerieri italiani fossero stati trasferiti all’ultimo momento dalla nave gemella Olympic al Titanic, senza che il loro nome venisse registrato. All’emeroteca vicino a casa ho ripreso in mano i quotidiani dell’epoca e sono andato a rileggermi le scarne informazioni. Poi le vicende della vita sono imprevedibili: un incontro fortunato con la persona giusta, uno scambio di informazioni e il gioco era fatto».

E’ il caso di Fey. A indirizzarlo sulla strada giusta è stato il sindaco di Burolo, Franco Cominetto, che gli ha fatto superare quelle “storpiature”, come le definisce lui, di stampa dell’epoca. Nel caso del Righini le cose sono andate un po’ diversamente. E’ solo grazie alla perseveranza dello storico, che ha sondato i vari archivi, che è stato appurata indiscutibilmente la cittadinanza italiana del Righini.

Leggi anche:  Giornata di raccolta del farmaco: record, oltre 420mila confezioni

Per lo scrittore, al momento, c’è in cantiere una nuova monografia, dedicata a uno dei passeggeri italiani del Titanic, ma chissà che grazie ai suoi studi il numero di italiani sul quel transatlantico adagiato sul fondo dell’oceano non possa aumentare.

TORNA ALLA HOME