“L’abbiamo salvata  perché così vuole Dio: per aiutare una persona, per umanità e solidarietà. L’avremmo fatto con chiunque altro. In molti pensano che i migranti siano cattive persone, ma non è così”.

Parlano di due salvatori

Parla a malapena Idrissa Doumbia. Ventinove anni, una maglia della Alzano Virescit addosso. Ha uno sguardo triste sul volto e non sa ancora una parola di italiano.  E’ sbarcato a Lampedusa solo il 13 giugno di quest’anno. Ma non ha esitato un minuto, mercoledì, quando insieme all’amico  Keba Diassigui,  senegalese di 20, ha probabilmente salvato la vita all‘operatrice culturale stuprata da un altro ospite, Silvestro S.

I due hanno raccontato quella mezz’ora di terrore questo pomeriggio in un’affollata conferenza stampa davanti a cascina Fenatica. Idrissa, del Mali, parla la lingua bambara, mentre Keba il mandinka. E’ però in Italia da circa due anni. Se l’amico è spaventato e spaesato davanti ai fotografi e alle telecamere, lui si avventura in qualche frase più articolata. L’interprete, Amadou, gli sta a malapena dietro.

Le grida della ragazza

Tutto è cominciato da quelle grida della 26enne, provenienti dall’antibagno dell’area della cascina riservata al personale che gestisce la comunità. I due non sono distanti: il primo sta per farsi una doccia, il secondo è a letto, sveglio. Alle grida, accorrono subito.  “Abbiamo sentito l’operatrice urlare ma la porta del bagno era chiusa, quindi abbiamo usato la forza per sfondarla. Dentro, abbiamo visto la ragazza sdraiata terra: non riusciva a muoversi né a parlare. Era quasi svenuta. L’aggressore, appena ci ha visti, è scappato. La ragazza  perdeva sangue da naso e aveva segni di botte sul viso e sul collo” spiega Idrissa.

Tragedia sfiorata

“Non ci siamo subito resi conto di quello che era successo lì dentro, ma abbiamo capito che avrebbe potuto finire male” continua. Qualcuno soccorre la ragazza e la adagia sul letto. Mentre Silvestro, che forse capisce di averla fatta davvero grossa, fugge.    Raggiunge il primo piano della cascina.  Apre una finestra e si lancia di sotto. Poi, cerca la fuga nei campi, in direzione ovest, verso Fontanella e verso la Soncinese. Loro però hanno i riflessi pronti e gli vanno dietro.

Hanno inseguito e fermato lo stupratore

I due, insieme ad altri ospiti, inseguono l’aggressore per alcune centinaia di metri. “Eravamo in tanti, quasi tutti gli ospiti” spiega Keba.  Non arrivano alla ex Statale: lo bloccano prima, in un campo. Intanto sono stati allertati anche i carabinieri. Pochi minuti e una pattuglia è sul posto. Li raggiunge, e l’aggressore viene consegnato. Il resto è noto: il fermo  indiziario nelle prime ore e mercoledì sera il trasferimento in carcere.  Ieri, la convalida dell’arresto.

“Non era proprio a cento: Silvestro era strano”

Un ragazzone “strano”, che già in passato aveva dato qualche segno di squilibrio secondo Keba. “Non può essere normale una persona che fa una cosa del genere” dice. “Non era proprio a cento…” chiosa l’interprete. Lo chiamavano “bon ami”. Nessuno avrebbe mai immaginato che potesse trasformarsi in una belva capace di stuprare un’operatrice.

I due lo descrivono come un ragazzo cupo e chiuso. Di episodi violenti a cascina Fenatica, invece, non ricordano: “Mai successo” spiega Idrissa. Anche se in realtà, soltanto all’inizio di settembre un altro migrante era stato ricoverato in Psichiatria dopo aver minacciato altri ospiti e il personale con un coltello.

La testimonianza della vittima

Giovedì, in ospedale, è stata poi sentita lei. La testimonianza  della ragazza è agghiacciante, e viene raccolta da un maresciallo donna, specializzato in violenze di genere. La 26enne ha raccontato quei minuti infiniti nell’antibagno. Lui che le arriva alle spalle e comincia a picchiare. La getta a terra.  Sente le mani strette al collo e la sensazione che se nessuno fosse intervenuto, l’avrebbe uccisa. I medici, di lì a poco, confermano la violenza sessuale. Ha trenta giorni di prognosi, ma ci vorrà molto di più probabilmente per superare un trauma del genere.

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Tre anni di viaggio per arrivare a Lampedusa

C’è tensione, a cascina Fenatica. Dall’interno del cancello, anche oggi pomeriggio nessuno vuole parlare e tantomeno farsi fotografare. Alcuni ospiti allestiscono il tavolo e le sedie per la conferenza, ma lo fanno portandoli camminando all’indietro, senza mai guardare le fotocamere. Poi corrono dentro.

I due arrivano in due momenti diversi: sono stati portati in altre comunità, in queste ore. Ci vuole qualche minuto perché si sciolgano un po’. E comunque, della loro storia privata raccontano il minimo. “Troppo doloroso” spiega Idrissa all’interprete. Spiega solo che è partito il 20 ottobre 2014 dal Mali: viveva nella capitale Bamako dove ha lasciato genitori, fratelli e sorelle. Nel suo paese faceva il meccanico. Durante il viaggio si è fatto anche due mesi di carcere. “E’ stato molto duro, mangiavamo solo una volta al giorno, ci chiedevano soldi e spesso ci picchiavano” racconta.  Il viaggio complessivamente  dura tre anni. Poi il barcone, dalla Libia.  Lampedusa, e il pullman direttamente fino a Fontanella, nell’oasi di padre Antonio Zanotti.

Keba invece, aiuto muratore a Tambacounda, Senegal, ci ha impiegato un anno, da luglio 2014 a luglio 2015. Anche lui è sempre rimasto a Fontanella.

“Non siamo persone cattive”

Dopo l’aggressione, la paura attorno alla comunità di cascina Fenatica si è impennata. Si punta il dito contro l’aggressore, certo. Ma all’indice sono finiti tutti gli ospiti e i migranti in generale. Ieri c’è stato anche un presidio del segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini. “Sentiamo spesso che si dicono cose brutte su di noi, ma non è vero: non siamo gente cattiva, siamo brave persone” dice Idrissa.  “Queste cose le fanno i migranti, ma le fanno anche gli italiani”.

“Ci hanno ringraziato in tanti”

Cosa facciano i migranti a cascina Fenatica non è chiarissimo. Tutto sembra appeso a un filo: a una risposta dalla Prefettura che spesso impiega mesi a decidere se concedere o meno a ciascun richiedente lo status di rifugiato. Così la cascina diventa un limbo monotono e le giornate, tutte uguali, si fanno strette per due ventenni.  “A Fontanella? Stiamo bene. Mai avuto problemi con gli abitanti e anche qui nella comunità si sta bene. In tanti, dentro e fuori la comunità, ci hanno ringraziato per quello che abbiamo fatto mercoledì”. Entrambi, Idrissa e Keba,  hanno partecipato alle sessioni di lavori socialmente utili organizzati dalla coop in collaborazione con l’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Lucca.

“Un gesto di umanità, l’avremmo fatto per chiunque”

C’era anche lui, questo pomeriggio, ad ascoltarli e a rendere onore a un gesto eroico che invece loro, quasi, minimizzano. “Abbiamo fatto quello che voleva Dio, per aiutare una persona, per umanità e solidarietà: l’avremmo fatto con chiunque altro” spiegano. Un sogno? “Voglio solo avere una vita normale.  Restare in Italia, se mi danno i documenti” chiude Idrissa. “Voglio tornare a fare il mio lavoro” aggiunge Keba.