Si continua a indagare sulla morte della 19enne di Osio Sopra Elena C., vittima dell’incendio divampato martedì nella torre Sette dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, nel reparto di Psichiatria in cui la giovane era ricoverata. Mentre la pm Letizia Ruggeri ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per omicidio colposo, restano senza risposta molti interrogativi.

Il giallo dell’incendio

Cos’è successo davvero in quella stanza? E come è potuto scoppiare un incendio del genere, in uno dei reparti apparentemente più sicuri dell’ospedale, in cui per motivi di sicurezza non ci sono apparecchi elettrici? Al momento la pista privilegiata dagli inquirenti è che sia stata la stessa vittima ad appiccare l’incendio, sebbene anche in questo quadro parecchi dettagli sono ancora oscuri. Come avrebbe fatto a portarsi un accendino in camera, ad esempio? E poi – se è vero che la ragazza era stata contenuta a letto dopo un episodio di autolesionismo -come avrebbe fatto a liberarsi?

Il Garante per i diritti delle persone detenute

Sulla vicenda è intervenuto anche il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, che proprio in relazione alla contenzione al letto ha pubblicato in questi giorni un comunicato.

“La ventenne secondo quanto dichiarato dall’ospedale in una nota, era stata bloccata pochi istanti prima. Forse proprio per il fatto di essere contenuta a letto non si è riusciti a mettere in salvo la giovane, come stato invece possibile per tutti gli altri pazienti. Il garante nazionale, da parte sua, si costituirà come parte offesa, così come fa in ogni caso di morte di persone private della libertà, quando il decesso è connesso con la situazione di restrizione. Il garante nazionale nell’esprimere la propria vicinanza alla famiglia della giovane vittima, sottolinea ancora una volta la drammaticità della contenzione dalle persone nelle istituzioni psichiatriche e delle sue possibili conseguenze”.

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