20 luglio 2017. I corpi di due giovani vengono ritrovati in riva al fiume Serio, a Bariano, in località Tanganì. Per il duplice omicidio di Bariano i carabinieri avevano subito seguito la pista del narcotraffico. In questo momento a Bergamo la conferenza stampa per l’arresto dei 4 presunti omicidi.

Duplice omicidio di Bariano

A trovare i cadaveri di Nabil El Karfi, 25 enne milanese, e di Abdelassad El Moursali, 22 anni, bresciano era stato un tossicodipendente che li aveva contattati per comprare della droga. I due pusher da qualche mese spacciavano al Tanganì, a Bariano. Li ha trovati a terra. Uno freddato con un colpo alla testa. L’altro, con tre proiettili nel petto.  In terra, accanto ai cadaveri, c’erano diversi scontrini di bar e locali del paese.

Quattro persone in carcere

Sono state eseguite quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti dei presunti autori dell’omicidio. Si tratta di due italiani, Manuele Ferrari, classe 1982 di Ghisalba e Gianluca Forlanelli, classe 1989 di Mornico e di due marocchini, Ben Amer Lhoussaine alias “Zaccaria”, classe 1995 e Boussif Mohamed alias “Salas” classe 1996. Tutti e quattro sono accusati di omicidio aggravato plurimo. Ai due italiani in più sono stati contestati anche i reati di rapina aggravata e detenzione nonché porto illegale in luogo pubblico di arma comune da sparo. I quattro sono stati ristretti in quattro diverse carceri: Bergamo, Milano, Monza e Brescia.

Il movente

Fin da subito le indagini degli inquirenti si erano concentrate sul florido settore del narcotraffico nella Bassa Bergamasca. In particolare per i due marocchini sarebbe quello della spartizione del mercato criminale dello spaccio di droga. Per i due italiani il movente accertato dagli inquirenti sarebbe invece la rapina. Parteciparono all’omicidio per sottrarre alle vittime la droga e i contanti.

I dettagli

E’ stato senza ombra di dubbio un omicidio premeditato. I due italiani, tossicodipendenti, sapevano bene dove trovare i due spacciatori, dai quali si fornivano regolarmente prendendo accordi tramite messaggi. La sera del 20 luglio 2017 però tra spacciatori e clienti non c’era nessun accordo. I due italiani, incensurati, accompagnati da altri due spacciatori magrebini, hanno preso alla sprovvista i pusher e, prima ancora di dare loro il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo, Manuele Ferrari ha sparato ai due. Le vittime sono sicuramente state colte di sorpresa, non ci sono infatti segni che possano far pensare a un tentativo di fuga. I due italiani hanno quindi rapinato le vittime, alle quali hanno sottratto 2mila euro in contanti, i cellulari, un bilancino, 100 grammi di eroina e 10 di cocaina per uso personale. A rendere più macabra l’intera vicenda l’ulteriore sciacallaggio sui corpi ad opera di alcuni ragazzi che, incappati nei cadaveri, li hanno spogliati di quanto rimaneva da rubare senza segnalare l’accaduto a nessuno.

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Il ruolo dei magrebini. Guerra tra pusher?

Più complesso il ruolo dei due magrebini. Si tratta di due giovani, ai tempi dei fatti avevano appena 20 e 21 anni, incensurati se non per piccoli reati di polizia legati al possesso di stupefacenti. Non erano però, a quanto pare, spacciatori di piccolo calibro. Uno dei due, Salas, era stato visto infatti a Milano a bordo di una Jaguar di grossa cilindrata. Secondo i carabinieri il profilo psicologico di entrambi segue il clichè mafioso. Pur non essendo stati loro ad eseguire materialmente l’omicidio se ne vantavano nell’ambiente, arrivando a mostrare l’arma del delitto a scopo intimidatorio. Ancora non del tutto chiaro il loro ruolo nella vicenda. Non si sa se siano stati loro i mandanti dell’omicidio o se abbiano semplicemente colto l’occasione di subentrare alle due vittime nel fiorente mercato della droga della Bassa Bergamasca.

Le indagini

I profili psicologici dei due italiani sono chiari. Il primo, Manuele Ferrari, dal carattere dominante e arrogante, esecutore materiale degli omicidi, non ha avuto alcun momento di incertezza né prima né dopo l’omicidio. Non così è stato per Gianluca Forlanelli, il più debole della coppia, che poco dopo l’omicidio ha deciso di raccontare l’accaduto ad un amico di vecchia data, probabilmente non reggendo più alla pressione. L’amico, venuto a conoscenza dei fatti, si è immediatamente recato dai carabinieri fornendo dapprima una testimonianza confidenziale e, in un secondo momento, una vera e propria testimonianza scritta del racconto dell’amico.

L’arma del delitto e il mistero dei colpi mancanti

Dalle indagini sui bossoli ritrovati sul luogo del delitto gli inquirenti sono anche riusciti a risalire all’arma che ha sparato i colpi. La pistola, una Browning calibro 9 di fabbricazione belga, appartiene al padre di Manuele Ferrari. L’uomo era solito custodire la pistola in un luogo sicuro ma il figlio è riuscito ad impossessarsi dell’arma, compiere l’omicidio e rimetterla al suo posto senza che il padre si accorgesse di nulla. Proprio sull’arma utilizzata per l’omicidio saranno condotte ulteriori indagini. Secondo quanto dichiarato dal proprietario infatti la pistola avrebbe sparato 36 colpi di quelli contenuti nella scatola di proiettili acquistata in armeria. Tolti quelli utilizzati per l’omicidio, mancano all’appello una cinquantina di proiettili.

 

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