La cultura è una sola. Uno slogan decisamente non nuovo, quello che da almeno alcuni decenni ripetono come un mantra scienziati e umanisti di tutto il mondo. Eppure il messaggio non sembra chiaro e ancora oggi, soprattutto in Italia, il finto equivoco per cui «scientifico» e «umanistico» sarebbero due pianeti lontanissimi e isolati, continua a vivere. «Alambicco e calamaio» è un esperimento letterario: un finto ossimoro ospitato dal nostro giornale ma curato da un gruppo di divulgatori in erba decisamente promettenti. Sono i ragazzi del liceo «Don Milani» di Romano, che con cadenza mensile  raccontano storie intriganti e affascinanti, di quando scienza e lettere s’intrecciano, disegnando nuove rotte per lo spirito. A curare la rubrica online sarà  un nutrito gruppo di ragazzi di diverse sezioni del liceo, insieme alla professoressa che si occupa del tutoring interno per l’alternanza scuola-lavoro Silvia Stucchi, e al prof. Paolo Figara, filosofo specialista in Storia del pensiero scientifico.

Frankenstein? Un dilettante…

«Raccolsi ossa da cripte e profanai i segreti del corpo umano. Attrezzai il mio misterioso laboratorio in una camera solitaria, o meglio in una soffitta, separata dagli appartamenti mediante un corridoio e una rampa di scale. Gli occhi quasi mi schizzavano dalle orbite mentre seguivo i particolari del mio lavoro. Sala anatomica e mattatoio mi fornivano buona parte di ciò che mi occorreva; spesso la mia natura si ritraeva disgustata da quello di cui mi stavo occupando, mentre spinto da un’ansia sempre crescente, progredivo nel mio lavoro e lo avviavo alla conclusione».
Si tratta delll’incipit di Frankenstein di Mary Shelley, primo romanzo gotico (1819) e anche iniziatore del nuovo genere fantascientifico. Il “Dottor Frankenstein” del romanzo è riconducibile alla figura del medico e alchimista Konrad Dippel, nato a Darmstadt nel 1673 presso la famiglia Von Frankenstein. Lo scienziato dedicò la sua intera esistenza alla ricerca di un metodo che consentisse il raggiungimento dell’immortalità; inoltre, nel suo laboratorio, provò a dare vita a un essere mostruoso. Questo non è un fatto inusuale, considerando che Dippel lavorava nella seconda metà del Seicento, un periodo in cui queste ricerche erano da più parti diffuse (pensiamo solo alla leggenda del Golem creato a Praga da Rabbi Loew): e, così, già tra fine XVII e inizio XVIII secolo, si diffusero esperimenti e studi scientifici volti alla creazione di esseri artificiali e automi che, in alcuni casi, vennero anche presentati al pubblico.

Paolo Gorini, un professionista dimenticato

Ma l’attenzione e l’attrazione nei confronti dell’anatomia non sono limitate ai tempi in cui il corpo umano non era stato ancora esplorato nella sua interezza; al contrario, al giorno d’oggi, l’interesse e la curiosità sono aumentati.

La fine del XVIII e l’inizio del XIX portano con sé, insieme alla Campagna d’Egitto di Napoleone (1799) l’entusiasmo per il mondo egizio, per la scrittura geroglifica, decrittata da Champollion a inizio Ottocento, e per il mondo delle mummie.
Anche l’Italia ha annoverato vari scienziati dediti alla ricerca anatomica: fra questi spicca Paolo Gorini, attivo a Lodi nel XIX secolo. Nato a Pavia il 28 gennaio 1813, sentì presto il fascino delle materie scientifiche fin dall’infanzia, laureandosi in matematica e fisica, ma coltivando anche una passione per la geologia e vulcanologia. Arrivato a Lodi nel 1834 come docente di Fisica al liceo locale, non divenne celebre per il suo lavoro come insegnante, del quale ci permangono poche notizie, ma bensì per le sue eccezionali scoperte nell’ambito della conservazione dei corpi. Inoltre, Gorini fu un esperto divulgatore sul tema della vulcanologia. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, pur continuando la propria attività scolastica, lo scienziato si dedicò con sempre maggiore assiduità ai suoi esperimenti, giungendo a costruire veri e propri vulcani artificiali per meglio illustrarne le dinamiche eruttive.
Rientrato a Lodi dopo un periodo in Svizzera a seguito delle Cinque Giornate di Milano (marzo 1848) cui partecipò, da patriota convinto qual era, Gorini proseguì i suoi studi dedicandosi anche alla conservazione dei reperti organici secondo un procedimento di sua invenzione custodito gelosamente. Egli infatti non aveva nessuna intenzione di rivelare i propri segreti in fatto di soluzioni conservative, se non a fronte di un ritorno personale immediato; non ambiva soltanto a un riconoscimento pecuniario, ma a un ruolo sociale e professionale diverso da quello ricoperto, che lo inscrivesse fra i nomi degli accademici, mettendolo anche al riparo da eventuali furti, dei quali, qualora il suo metodo si fosse rivelato efficace, sarebbe stato facilmente vittima.

Gli intenti di Gorini

Gli intenti di Gorini vennero da lui stesso indicati con chiarezza: in primo luogo, c’era la necessità di
1 – Conservazione indefinita dei cadaveri degli animali a corredo dei musei di storia naturale. Venivano poi, nell’ordine:
2. Conservazione indefinita dei cadaveri umani affinch´ le sembianze delle persone amate o illustri fossero conservate all’affetto dei conoscenti od alla ammirazione dei posteri
3. Conservazione dei cadaveri umani in condizione da poter servire agli studi anatomici
4. Conservazione di parti del corpo umano a corredo dei musei anatomici
5. Conservazione delle carni commestibili
6. Indurimento delle sostanze animali di origine non umana per favorire nuove materie di lavoro agli intarsiatori, agli impellicciatori ed ai tornitori […]”.
Questo autentico “orrore della decomposizione” è stato fatto risalire da qualcuno a un trauma infantile: Gorini assisté alla morte del padre, restando orfano, senza mezza e con l’indelebile ricordo della tragedia. Al di là di queste ipotesi, Gorini era un intellettuale figlio del suo tempo: in lui si mescolavano il retaggio dell’Illuminismo e della fiducia nelle possibilità della ragione, un sotteso anticlericalismo, tipico di molti patrioti del Risorgimento, una vena laica e forse anche massonica, ma anche l’adesione al Positivismo, con la sua fiducia cieca e incrollabile nella scienza che avrebbe risolto tutti i problemi degli uomini.
Intellettuale poliedrico, scienziato e poeta, Gorini rappresenta la chiave di lettura del rapporto tra la scienza e un approccio maggiormente umanistico. Il linguaggio matematico e scientifico, in ogni caso, essendo universale, immutabile, incensurabile, di conseguenza comprensibile da tutti, anche da individui che differiscono per lingua e cultura, è il vero filo conduttore del lavoro di Gorini che coltivò la matematica sin dalla gioventù in quanto capace di destare sentimenti di assoluta certezza.
Contro l’orrore della decomposizione, Gorini elaborò una formula in grado di pietrificare il corpo (senza eviscerarlo, come prevedeva la tecnica egizia della mummificazione) iniettando nell’arteria femorale, prima che subentrasse il rigor mortis, una soluzione contenente:”[…] acido solforico nella proporzione del dieci per cento miscelata con una soluzione satura alcoolica di bicloruro di mercurio e muriato di calce nella proporzione che il volume della prima sia dieci volte quello della seconda[…]”.

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Il Mago di Lodi

Una formula paragonabile ad un incantesimo, che rimase segreta fino a quando Gorini non fu in punto di morte, tanto che acquisì il soprannome di “Mago di Lodi”: nella litografia di V. Bignami, Un uomo che può scherzare col fuoco, Gorini viene presentato con una veste da stregone (nei racconti popolari, il mago, spesso, è sovrapponibile all’Orco e ha uno stretto rapporto con il mondo dei morti), una bacchetta magica e un cappello a punta da mago, appunto.
Nella “Collezione anatomica Paolo GorinI”, inaugurata nel 1981 a Lodi nell’ex Sala Capitolare dell’Ospedale Vecchio, troviamo poco più di duecento preparati anatomici. Il museo da subito ebbe una notevole affluenza che subì un arresto quando il fondatore Allegri (anatomo-patologo e sindaco della città) morì; anche l’allestimento, lo sviluppo e le enormi potenzialità del museo subirono quindi uno stop. Per circa un ventennio il museo non subì cambiamenti; tuttavia, all’inizio del XXI secolo alcuni enti locali (Azienda Sanitaria Locale e dell’Ospedale Maggiore) contribuirono a finanziare un arricchimento della collezione goriniana, anche se la struttura rimase invariata fino al 2009 quando si decise di attuare un vero e proprio restauro, aggiungendo anche nuovi reperti.
In queste sale si può ammirare una piccola parte del lavoro che il “Mago di Lodi” svolse nel corso della sua vita. Di metodi conservativi simili si era già avvalso il celebre Girolamo Segato che, tuttavia, nel 1836 era morto, portando nella tomba il segreto chimico attraverso il quale riusciva a mineralizzare corpi e parti di essi; un altro pietrificatore italiano celebre fu il sardo Efisio Marini. Nonostante la indiscutibile abilità di Gorini, le sue tecniche non vennero mai abbastanza valorizzate da aprirgli le porte del mondo accademico tanto agognato. A dispetto delle numerose perorazioni parlamentari a favore di Gorini, infatti, la cattedra di “Geologia sperimentale” non venne mai istituita. Negli ultimi anni, assodato che il metodo della pietrificazione non aveva accolto grandi consensi, al di là di molta, comprensibile, curiosità, Gorini si fece alfiere della cremazione, una pratica, che, all’epoca, era sentita come in aperta contraddizione con la fede cristiana e che veniva richiesta da “liberi pensatori”, agnostici, atei. Incoraggiato dall’amico Gaetano Pini, Gorini iniziò a progettare un crematorio, in quanto tale pratica, , proprio come la preparazione anatomica, permetteva di salvare il corpo dalla corruzione. Dopo anni di studi e tentativi Gorini giunse alla progettazione e poco dopo alla costruzione di un forno crematorio molto innovativo e primo in Italia per efficienza e funzionalità, attivo a Riolo fino a pochi anni fa.
Sicuramente Gorini fu individuo dotato di molti talenti e di una sua vena autentica di genialità: la sua scarsa notorietà a livello nazionale e regionale, forse, è anche dovuta al fatto che egli volle e cercò di conquistare l’immortalità operando nel campo di ciò che, invece, è, per sua definizione, caduco e mortale.

Bibliografia essenziale

A. Allegri, Il museo Paolo Gorini, Lodi 1990.
A. Carli, Guida alla collezione anatomica “Paolo Gorini”, Lodi 2008
A. Stroppa, La pietra e la cenere. Il monumento a Paolo Gorini in Lodi, introd. di A. Carli, Lodi 2011.

A cura di:
Giulia Bianchi, Claudia Cuzolin, Micaela Pedroni, Sofia Rosa, Ioana Stan, Flavia Tura
Liceo “Don Lorenzo Milani” – Romano di Lombardia