La cultura è una sola. Uno slogan decisamente non nuovo, quello che da almeno alcuni decenni ripetono come un mantra scienziati e umanisti di tutto il mondo. Eppure il messaggio non sembra chiaro e ancora oggi, soprattutto in Italia, il finto equivoco per cui «scientifico» e «umanistico» sarebbero due pianeti lontanissimi e isolati, continua a vivere. «Alambicco e calamaio» è un esperimento letterario: un finto ossimoro che  vive qui, sul sito internet del Giornale di Treviglio – Romanoweek. A realizzarlo sono  i ragazzi del liceo «Don Milani» di Romano, che con cadenza mensile raccontano storie intriganti e affascinanti, di quando scienza e lettere s’intrecciano, disegnando nuove rotte per lo spirito. A curare la rubrica online è un nutrito gruppo di ragazzi di diverse sezioni del «Don Milani», insieme alla professoressa che si occupa del tutoring interno per l’alternanza scuola-lavoro Silvia Stucchi, e al prof. Paolo Figara, filosofo specialista in Storia del pensiero scientifico. Questo mese si parla di Leopardi e di astronomia… 

 Storia dell’astronomia dalle origini all’anno MDCCCXIII

Leopardi è un pensatore in cui “le due culture”, quella umanistica e quella scientifica, oggi divise e per lo più incomunicanti, erano invece una cosa sola. Egli non è uno “scienziato” ovviamente, ma uno studioso e un letterato che si tiene costantemente aggiornato sulle notizie scientifiche». Attraverso le parole di Armando Massarenti, filosofo ed epistemologo italiano e autore di Leopardi e la leggerezza delle scienze (prefazione a una recente edizione della Storia dell’astronomia), risulta chiaro il fondamento che spinse Giacomo Leopardi a intraprendere la stesura di questo testo: l’opera, scritta da un Leopardi poco più che adolescente tra il 1811 e il 1813, – negli anni dunque dello studio “matto e disperatissimo”- rivela una straordinaria erudizione, ed è contraddistinta dalla puntuale cura e selezione delle fonti.

Non si tratta soltanto dell’inventario di ogni traccia di speculazione astronomica dai tempi antichi all’anno 1811, ma piuttosto di una vivace e dinamica narrazione di esse in ordine cronologico, arricchita da digressioni estremamente interessanti riguardo ogni epoca e ogni ambito geografico: ne è un esempio la riflessione sull’origine e la distribuzione dei segni zodiacali, attribuita in parte ai Greci, nonostante in molti sostengano che l’origine dello Zodiaco sia opera degli Egizi, che lo generarono in base a dodici tra gli Dei consiglieri del Sole.
Ci troviamo prima della “conversione” di Leopardi alla poesia: dopo di essa, tuttavia, il cielo notturno, la Luna e le stelle saranno ancora un elemento topico nella produzione leopardiana (basta ricordare La sera del dì di festa; Alla luna; Canto notturno di un pastore errante dell’Asia; Le ricordanze); ed è interessante vedere come invece in questa Storia dell’astronomia l’interesse per i corpi e i fenomeni celesti sia molto poco metaforico e traslato e molto più scientifico-erudito.

Per quanto riguarda le origini dell’astronomia, in ogni modo, Leopardi non intende identificare il popolo esatto che «ha dato alla luce una produzione sì mostruosa» (p. 50), ma si limita a ipotizzare in quali luoghi e quali antichi popoli siano stati i primi a specializzarsene. In seguito Leopardi enumera brevemente i numerosissimi sapienti che nel corso della storia si occuparono di astrologia e coloro che la criticarono; tra di essi menziona Aristotele il quale, nei suoi scritti, non vi lasciò mai spazio; e molti fra gli antichi cristiani, tra cui Agostino.

Leopardi dichiara la superiorità dell’astronomia che, tra tutte le scienze, risulta la più elevata, nobile e sublime: innumerevoli furono i popoli antichi che con ammirazione e fiducia, ma anche con terrore e idolatria, volgevano lo sguardo al cielo spinti dalla curiosità e dalla necessità pratica di calcolare con precisione il susseguirsi delle stagioni, fondamentale per le attività agricole. Da sempre, l’uomo ha rilevato dentro di sé la necessità di riconoscere negli astri e nella volta celeste una divinità, ma, schiavo della sua natura, è caduto ne “l’orribile baratro dell’idolatria”. Tra l’altro a questi stessi anni, proprio al 1815, risale il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, che Leopardi cercò inutilmente di far pubblicare prima a Roma e poi a Milano dall’editore Stella. È forse possibile che la scienza astronomica – astronomia e astrologia saranno per secoli strettamente unite – sia nata però proprio a causa dell’antichissima devozione e adorazione delle genti verso gli astri e il cielo. Cerere, lumen mundi di Virgilio al principio delle Georgiche, era identificata nella Luna, così come Diana e Giunone presso i Romani.

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Dopo queste considerazioni preliminari, Leopardi espone anche le reazioni e le credenze popolari nei confronti di comete, eclissi e ulteriori fenomeni astronomici, e discute la paura scaturita da essi, essendone stato diretto testimone durante l’eclissi solare dell’11 febbraio dell’anno 1804. Riporta inoltre un episodio risalente all’Atene del V secolo a. C., quando l’esercito, in procinto di montare sui vascelli, assistette terrorizzato a un’eclissi solare e la interpretò come il segno premonitore di una catastrofe. Pericle, rivolgendosi al comandante della nave, gli coprì allora il volto con un mantello e gli chiese se la sua vista fosse oscurata; allo stesso modo il corpo della luna interposto tra la Terra e il Sole impediva che quest’ultimo irradiasse la Terra. Così scrive Leopardi:

“Per lo contrario, di quale utilità non sono ad ogni genere di persone le cognizioni astronomiche? Pericle, con una comparazione familiare, rassicura un piloto colpito dallo spavento alla vista di una eclissi del sole. Mentre un giorno si equipaggiavano i vascelli di una flotta ateniese, il sole si eclissò siffattamente, che il giorno sembrò cangiarsi in una notte tenebrosa. L’esercito ateniese, che era per montare i vascelli, fu spaventato da questo fenomeno, che soleasi in quei tempi riguardare come un funesto presagio. Vedendo Pericle, che quivi trovavasi, il suo piloto incerto e smarrito, gli pose sul volto il suo mantello, e gli domandò poi se vedeva. Al che, avendo risposto il piloto, che glielo impediva il suo mantello, Pericle mostrogli che per simile causa, il corpo della Luna, interposto fra essi ed il Sole, impediva loro di vedere quest’ultimo” (pp. 45-46)

Ritratto di Cartesio

Ma l’astronomia, aggiunge Leopardi, è tanto dignitosa a causa della sua utilità pratica: gli Egizi ne furono i maggiori studiosi e conoscitori proprio perché erano coloro che più ne necessitavano per prevedere le inondazioni del Nilo; senza considerare la navigazione, che non poteva prescindere da tale scienza.

La Storia dell’astronomia si compone di quattro capitoli rivolti rispettivamente all’astronomia dalle origini a Talete, da Talete a Tolomeo, da Tolomeo a Copernico, da Copernico all’apparizione della cometa nell’anno 1811.

Una delle tesi fondamentali del testo è l’idea che la scienza nasca dall’errore, e che il progresso della civiltà consista nella scoperta di nuovi errori e nella successiva sostituzione di questi ultimi con altri considerati inopinabili, fino a che non vengono permette l’azione. La ragione, la consapevolezza, la coscienza occultano le illusioni e gli errori che portano alla felicità: in questo possiamo vedere una sorta di anticipazione della poetica di Leopardi nei Canti e nelle Operette Morali. E le grandi scoperte scientifiche? Esse, non a caso, altro non sono se non una ritrattazione di teorie precedenti.

Margherita Hack

Dice Leopardi di Cartesio: «Egli distrusse gli errori de’ peripatetici. In questo egli fu grande e lo spirito umano deve una gran parte dei suoi progressi moderni al disinganno procuratogli da Cartesio. Ma quando egli volle insegnare e fabbricare, il suo sistema positivo che cosa fu? Sarebbe egli grande, se la sua gloria riposasse sull’edificio da lui posto, e non sulle ruine di quello de’ peripatetici?».

Inoltre, dice Leopardi, che uno dei più grandi errori di Cartesio fu questo: “Fu in Italia, né si curò di veder Galilei. Sprezzò uomini e libri, e quindi le produzioni del suo ingegno non furono che romanzi fisici” (p. 279). Ma quello di Cartesio è solo un esempio: la vita dell’uomo, cieco seguace del più visibile inganno, è inevitabilmente fondata sull’errore.

La Storia dell’astronomia continua a riscuotere molta approvazione e interesse, tanto che nel 2011 l’astrofisica Margherita Hack riprese e continuò il lavoro di Leopardi, iniziando da dove egli aveva finito e delineando le prospettive della disciplina nel XXI secolo: il risultato è un volume, a quattro mani e scritto a distanza di quasi due secoli, dal titolo Storia dell’astronomia. Dalle origini al duemila e oltre.

Bibliografia essenziale

Leopardi G, Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, a cura di A. Ferraris, Einaudi, Torino 2003.

Leopardi G., Storia dell’astronomia dalle origini all’anno MDCCCXIII, a cura di A. Massarenti e L. Zampieri, Edizioni Book Time, Milano 2008.

Leopardi G.- Hack M., Storia dell’astronomia. Dalle origini al duemila e oltre, Edizioni dell’Altana, Roma 2011.

In copertina: un’immagine raffigurante il sistema tolemaico-geocentrico.

A cura di: Sofia Rosa e  Giulia Bianchi

Liceo “Don Lorenzo Milani” – Romano di Lombardia