La lettera, firmata dal “Gruppo volontari scuola di italiano” e dal Consiglio di Azione Cattolica di Treviglio, critica il decreto Sicurezza alla luce della condizione dei richiedenti asilo ospitati dalla città di Treviglio.

La lettera

Ecco di seguito il testo della lettera in questione, dal titolo “Chi tace acconsente. Voltare lo sguardo altrove non ci salverà”:

Tra le tante conseguenze del cosiddetto decreto Sicurezza c’è anche il forte ridimensionamento degli SPRAR, cioè quei piccoli centri distribuiti sul territorio che ospitano i migranti, che non potranno più accogliere i richiedenti asilo ma soltanto minori non accompagnati e chi ha già ricevuto la protezione internazionale. I 22 richiedenti asilo ospitati a Treviglio (nella casa di Via Casnida e alla Geromina, gestite dalla Cooperativa Ruah e dalla Caritas diocesana di Bergamo) diventeranno clandestini, cioè fuorilegge e indesiderati. Tutt’altro che una situazione di maggior sicurezza.
In questi mesi hanno tutti iniziato un percorso di formazione per imparare l’italiano, qualcuno ha trovato un lavoro o un lavoretto per vivere con dignità questa fase, hanno creato legami e nutrito speranze. Sono ragazzi tra i 20 e i 30 anni, nessuno è un delinquente: non minacciano la sicurezza di nessuno. Ragazzi normali a cui è toccato di rischiare più volte la pelle alla ricerca di una vita degna del nome in un viaggio che è stato un girone infernale.
Tutta la fatica fatta andrà buttata per una cattiveria gratuita che non distingue, che non si cura; che fa riemergere lo sfregio di una supposta differenza per razza e provenienza.

 

È forse tanto diversa la situazione dei nostri figli che vanno all’estero, in aereo e non sui barconi, alla ricerca di condizioni migliori per loro e per le famiglie che formeranno? Come desideriamo che siano trattati in quei Paesi?
Che senso ha spedire in clandestinità chi fino al momento prima era avviato ad una integrazione non semplice ma possibile nel rispetto di regole, diritti e doveri? Se non possiamo rispondere alle esigenze di milioni di persone in movimento nel mondo possiamo almeno aiutare chi già è qui, sollevandoli dalla polvere e non ricacciandoli nel buio che hanno già attraversato.
Se non vogliamo farlo per rispetto dell’antica legge (“Non lederai il diritto dello straniero e dell’orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova. Ricordati che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore”, Dt 24), se non vogliamo farlo per solidarietà umana (“Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”, Mt 25) facciamolo almeno perché, avendo fatto due semplici conti, siamo preoccupati per un Paese che sta invecchiando, che non sarà in grado di pagare le pensioni, che non potrà più curare dignitosamente i suoi anziani.

 

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A chi ha responsabilità di Governo andrebbe ricordato che nello stesso tempo niente viene fatto per ridurre la piaga dello sfruttamento nei campi di raccolta delle arance e dei pomodori. Migliaia di immigrati vengono sfruttati senza diritti e vivono in baraccopoli indegne di un Paese civile a causa del loro status (ricordiamo anche solo la tendopoli di San Ferdinando nella Piana di Gioia Tauro in Calabria). Questi clandestini servono ad abbassare il prezzo della frutta nei supermercati ed aumentare i profitti per pochi e allora tutti zitti.
Non è solo una responsabilità della politica che a Roma come a Treviglio ha fatto di tutto per ostacolare la solidarietà umana. Il nostro silenzio, il silenzio di una Comunità, il silenzio di un popolo intero è un enorme peccato di omissione. Se c’è un Dio ci punirà, altrimenti lo faranno le generazioni future e non sarà meno doloroso.

 

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